[2] FABRIS, op. cit., 94-5.
[3] FABRIS, op. cit., 85-86.
Il Parini, l'abate, il professor Parini: oh questi sì ch'era «scola e palestra di virtù»! Peccato non averlo potuto neanche una volta veder di persona, l'austero vate della cara Brianza, degno, per le sue virtù cittadine e l'alto ideale dell'arte, di stare accanto al fiero Allobrogo,
......che ne le reggie primo L'orma stampò de l'italo coturno; E l'aureo manto lacerato ai grandi, Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili!
E invece, uscito dalle mani di quei Somaschi luganesi, il piccolo ribelle era cascato, alla fine dello stesso anno, in quelle, che non pare sapessero star meglio a posto, dei Barnabiti, che allora tenevano, qui in Milano, il collegio dei Nobili, poi detto Longone, sul Naviglio di Porta Nuova (a pochi passi da quella piazza di San Marco e da quel ponte Marcellino, che aveva traversato, in mezzo alla desolazione della peste, il povero Renzo). Vedendosi «discepolo di tale» cui gli sarebbe parso vergogna esser maestro, egli si volse «ai prischi sommi»;
........o ne fui preso Di tanto amor, che mi parea vederli Veracemente, e ragionar con loro.
E, insieme coi prischi, i sommi moderni, che ad essi s'erano ispirati, e ne continuavano l'opera magnanima col «chiaro esemplo» e con le «veraci carte». Quale e quanto «sdegno», invece, per quei «mille» che usurpavano «il nome che più dura e più onora», portando «in Pindo l'immondizia del trivio, e l'arroganza, e i vizii lor!»
III.
Il Parini era morto, e l'Alfieri «errava muto ov'Arno è più deserto», avendo «sul volto il pallor della morte e la speranza». Rimaneva il Monti; la cui Basvilliana era stata, per mano del boia e per la boriosa insania dei demagoghi, bruciata nella piazza del Duomo. Il giovanotto Manzoni, come farà qualche anno dopo il giovanetto Leopardi, prese a venerarlo.
Il Monti frequentava, con Pietro Verri ed altri egregi, la casa di don Pietro Manzoni; e dicono che un giorno il poeta già celebre andasse a visitare, nel collegio milanese, il novizio che moveva i primi passi. Ad ogni modo, la benevolenza dimostratagli in quei primi passi, rese poi sempre assai indulgente il caposcuola dei romantici italiani verso l'ultimo paladino del classicismo. Riconosceva, sì, con l'usato acume, come al poeta ferrarese mancasse l'arte di sottintendere incitando così la fantasia dei lettori: «aveva bisogno di dir tutto», osservava. Ne ricordava la senile vanità d'infliggere ai visitatori della sua casa la recitazione dei «versi che aveva composti nel giorno», aspettando che glieli lodassero. Ma, povero vecchio, gli voleva bene! Una volta gli manifestò l'intenzione di voler dedicare alla Giulia--la primogenita del Manzoni: «une Juliette», scriveva questi al Fauriel nell'estate del 1819, «dont vous verrez que tout le sérieux se trouve dans le portrait»--la Feroniade. «Oh povera Giulia!», esclamò il Manzoni; «lasciala nella sua oscurità!»--E a proposito della volubilità del pensiero politico dell'autore dei poemetti rivoluzionarii, di quelli napoleonici, e del Ritorno d'Astrea, il Manzoni narrava ai suoi intimi quest'aneddoto. Il Monti «aveva fatto un'istanza all'imperatore Francesco, perchè gli continuasse la pensione che gli aveva assegnata Napoleone; ma di lì a qualche mese se la vide tornar indietro, ed a tergo era scritto, di proprio carattere dell'imperatore: Si rimanda inesaudita la presente istanza, perchè, dalle informazioni prese, questo individuo disse sempre bene di tutti i governi che vi furono nel suo paese». Il povero Monti ingoiò amaro. «E quando, sul finire della sua vita, io andai a trovarlo a Monza, dove allora soggiornava infermiccio, egli mi parlò della sua speranza nella misericordia di Dio; e io gli dissi: Senti, Monti; quello che a te deve aprire le porte del Cielo, è lo smettere quell'odio che porti all'imperatore Francesco[4]».
[4] FABRIS, op. cit., 83-84.
[Illustrazione: Alessandro Manzoni a 17 anni.--Disegno del pittore Bordiga.]
Ma a quindici anni, quando non si è ancora abbastanza esperti «del mondo e degli vizii umani e del valore» e si pretende invece d'insegnare agli altri, non si peritava, nelle note al poemetto in terzine Il trionfo della Libertà, di chiamarlo «il più gran poeta dei nostri tempi». È vero che più tardi s'affrettò a correggere: «un gran poeta dei nostri tempi»; ma non corresse, in quelle note medesime, l'altra espressione: «il grande emulatore» di Dante. E non lo avrebbe, anche volendo, potuto; giacchè nel testo del poemetto stesso aveva affermato che non solo l'emulo raggiungeva l'atleta, ma talora l'avanzava! Si capisce che fin d'allora la mente del Manzoni--che, in fatto di giudizi letterarii, ebbe sempre i suoi capricci--veniva cedendo alle seduzioni di quel bizzarro ravvicinamento del poeta cuor di leone col rimatore cuor di coniglio, che lo trascinò poi a quell'infelice e ingiustificabile epigramma che tutti ricordano, di parecchi anni dopo[5].
[5] Mi pare opera vana l'arrabattarsi che altri fa per dare a quell'epigramma un'interpretazione meno ripugnante. Notò con l'usata ponderazione Cesare Balbo, non certo sospetto di poca stima pel grande lombardo: «Il Monti fu più ingegno che animo dantesco; e le mutazioni di lui furono più d'arrendevolezza che d'ira. Quindi l'imitazione più esterna: nella forma sola e nelle immagini».
Quel poemetto--che ha bensì titolo e metro, e qua e là, immaginazioni petrarchesche, ma si chiarisce subito esemplato sulla Basvilliana e sulla Mascheroniana, ricordate pur nelle note--si chiude anzi con un inno baldo e generoso al cigno di Ferrara.
O Pïeride Dea,.................
Tu l'ali impenni al Ferrarese ingegno, Tu co' tuoi divi carmi il vizio fiedi, E volgi l'alme a glorïoso segno.
Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi Fai de' tuoi carmi, e trapassando pungi La vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi.
_Tu il gran cantor di Beätrice aggiungi, E l'avanzi talor_; d'invidia piene Ti rimiran le felle alme da lungi,
Che non bagnar le labbia in Ippocrene, Ma le tuffar ne le Stinfalie fogne, Onde tal puzzo da' lor carmi viene.
Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne De l'arte sacra! Augei palustri e bassi; Cigni non già, ma corvi da carogne.
Ma tu l'invida turba addietro lassi, E le robuste penne ergendo come Aquila altera, li compiangi e passi.
Invano atro velen sopra il tuo nome Sparge l'Invidia, al proprio danno industre, Da le inquiete sibilanti chiome.
Ed io puranco, ed io Vate trilustre, Io ti seguo da lungo, e il tuo gran lume A me fo scorta no l'arringo illustre.
E te veggendo su l'erto cacume Ascender di Parnaso, alma spedita, Già sento al volo mio crescer le piume.
Meno enfatici, di fattura più schiettamente neoclassica, sono gli altri versi che tre anni dopo, il 15 settembre 1803, il poeta diciottenne dirigeva al tanto ammirato «canoro spirto». Parla l'Adda, «diva di fonte umil», e invita l'illustre «nato a le grandi de l'Eridano sponde» a venire per qualche giorno agli «ameni cheti recessi» e alle «tacite ombre» della villa del Galeotto. Essa non può vantare «pompa d'infinito flutto o di abitati pin»;
Ma verdi colli e biancheggianti ville E lieti colti in mio cammin vagheggio, E tenaci boscaglie a cui commisi, Contro i villani d'Aquilone insulti, Servar la pace del mio picciol regno, E con Febo alternar l'ombre salubri.
È mite e amabile, l'Adda; e non si diletta di «rapir l'ostello e i lavorati campi» agl'industri villani,
nè udir le preci Inesaudite e gl'imprecanti voti De le madri che seguono da lungo Con l'umid'occhio o con le strida il caro Fan destinato a la lame de' figli, E la sacra dimora e il dolce letto. Sol talor godo con l'innocua mano Piegar l'erbe cedenti, e da le rive Sveller fioretti per ornarmi il seno E le trecce stillanti.
Umile sì; pure, «con l'irta alga natía» le splende in fronte il lauro.
................Salve, Vocal colle Eupilino: a te mai sempre Rida Bacco vermiglio o Cerer bionda; Salve, onor di mia riva! A te sovente Scendean Febo e le Muse eliconìadi, Scordato il rezzo de l'Ascrea fontana. Quivi sovente il buon cantor vid'io Venir trattando con la man secura Il plettro di Venosa e il suo flagello; O, traendo l'inerte fianco a stento, Invocar la salute e la ritrosa Erato bella; che di lui temea L'irato ciglio e il satiresco ghigno, Ma alfin seguìalo e su le tempie antiche Fea di sua mano rinverdire il mirto. Qui spesso udíilo rammentar piangendo, Come si fa di cosa amata e tolta, Il dolce tempo de la prima etade, O de' potenti maledir l'orgoglio, Come il genio natio movèalo al canto E l'indomata gioventù de l'alma. Or tace il plettro arguto; e ne' miei boschi È silenzio ed orror!
Chi non ricorda il leggiadro episodio della Mascheroniana (1801; canto IV), in cui l'ombra di Pietro Verri, alla vista dei «placidi colli felici»,
Che con dolce pendio cingon le liete Dell'Eupili lagune irrigataci,
esclama:
Salvete, Piagge diletto al Ciel, che al mio Parini Foste cortesi di vostr'ombre quete, Quando ei, fabbro di numeri divini, L'acre bile fe' dolce, e la vestia Di tebani concenti e venosini?
Invano il futuro narratore dei Promessi sposi cercava, in quei cari luoghi, di risentire la cara voce del poeta eupilino: «le commosse reliquie sotto la terra argute sibilar»; il «plettro arguto» taceva, e negli amati boschi fiancheggianti l'Adda era «silenzio ed orror».Venga dunque lui, il Ferrarese, «a risvegliar, col canto, novo romor Cirreo»: